I PALAZZOLESI RACCONTANO PALAZZOLO ACREIDE

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Due palazzolesi coinvolti in un errore giudiziario

Due palazzolesi: Paolo Gallo, il fratello che non trovarono

In questo periodo, in cui tutti abbiamo molto tempo, chi scrive come me sta approfittando per terminare il libro di prossima pubblicazione. Si approfitta anche per leggere libri o rispolverare testi letti precedentemente e dimenticati. In questi giorni in cui siamo relegati a casa, per evitare la noia, propongo un libro in cui l’autore racconta un clamoroso caso giudiziario. Il caso è rimasto fra gli errori più gravi della storia giudiziaria. Si tratta del libro scritto dall’avvocato Piero Fillioley ed intitolato Il caso Gallo (Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1979, p.155): due palazzolesi coinvolti nel processo.

I Due palazzolesi e un caso giudiziario: il libro è un diario

Il libro scritto da Piero Fillioley “può essere definito una sorta di diario, una serie di invocazioni e di accuse, ma anche una testimonianza sia intellettuale che professionale”. Fillioley con uno stile scorrevole ci descrive molti momenti del processo: gli interrogatori, le strategie degli avvocati difensori, perizie. Egli “svolge il tema sconvolgente della fragilità della prova nella giustizia penale”. Questo caso giudiziario coinvolse persone di Palazzolo e avvocati palazzolesi. Nel racconto si leggono i rapporti dei carabinieri, le perizie del medico legale, i verbali inviati al procuratore generale di Catania e le parole con cui viene emanata la sentenza. Infine così scrive Fillioley in attesa della sentenza: «Io fui preda di una irrequietezza insopportabile. Sentii la voce del presidente Astuto: La corte condanna Gallo Salvatore alla pena dell’ergastolo».

Due palazzolesi: Libro di Piero Fillioley, Il caso Gallo
Piero Fillioley, Il caso Gallo, Sciascia, 1979, p. 155

Un caso giudiziario: la storia

Una mattina di ottobre del 1954, la moglie di un certo Paolo Gallo, denunciava la scomparsa del marito. L’episodio si svolgeva ad Avola. I giudici ritennero il fratello Salvatore Gallo e il figlio di lui Sebastiano gli assassini di Paolo Gallo. Gli inquirenti durante tutto il periodo del processo non riuscirono a trovare il cadavere di Paolo Gallo. Le indagini, condotte dal maresciallo Luminoso e dal tenente Natale, erano state eseguite frettolosamente. Paolo si era nascosto nelle campagne di Avola. I carabinieri rastrellarono la zona dove i Gallo vivevano e trovarono tracce di sangue sopra le pietre, nella mulattiera verso l’abbeveratoio. Trovarono anche a casa di Salvatore Gallo un asciugamani che avvolgeva una camicia sporca di sangue. Tra i due fratelli avvenivano litigi frequenti. Salvatore venne processato, ritenuto colpevole dell’omicidio ed occultamento di cadavere e condannato all’ergastolo.

Il racconto continua

L’avvenimento di cronaca, come dice il giornalista Santo Gallo nel suo libro Sotto la Cupola di San Michele (Siracusa, Arti Grafiche Marchese, 1990), venne molto seguito a Palazzolo Acreide. Infatti il 1° settembre 1955 un agricoltore di Palazzolo, Salvatore Masuzzo ed un commerciante di pere Peppino La Quercia, dovettero recarsi dal giudice istruttore di Siracusa per testimoniare in favore dell’accusato. I due palazzolesi avevano incontrato Paolo Gallo “il morto-vivo”. Masuzzo e La Quercia non vennero creduti e furono incarcerati per falsa testimonianza.

Due palazzolesi: Santo Gallo, Sotto la cupola di San Michele. Frammenti di Fanciullezza
Santo Gallo, Sotto la cupola di San Michele. Frammenti di Fanciullezza, studioemme, 1990

I due palazzolesi

Don Turiddu aveva incontrato Paolo Gallo in contrada “Buoi”; il La Quercia lo aveva incontrato in contrada “Ciurca”. I due palazzolesi furono liberati, grazie all’avvocato Giovanni Nigro. Santo Gallo scrisse che “dovettero ritrattare la dichiarazione resa al giudice istruttore e ai carabinieri. La vicenda dei due palazzolesi coinvolti destò scalpore a Palazzolo”. Dopo sette anni però Paolo Gallo fu ritrovato e il fratello venne liberato. Salvatore Gallo andò a vivere con la moglie in contrada Testa dell’Acqua (territorio di Noto).

Inchiesta giornalistica: Enzo Asciolla

Un giornalista del quotidiano La Sicilia, Enzo Asciolla, iniziò ad interessarsi alla vicenda e a svolgere la sua inchiesta. Come dice Francesco Urso: « è con Asciolla che si verifica, anche se in forma velata, il confronto scrittura-potere giudiziario. Infatti Asciolla da cronista diventa detective aggiungendo un surplus alla sua ricerca».  Il giornalista seguendo una piccola traccia, scopre che Paolo Gallo è vivo, ma il fratello Salvatore ha già scontato sette anni di carcere. Asciolla è aiutato dal giornale, dai lettori. Il giornalista venne collaborato da chi aveva incontrato realmente Paolo Gallo, chiamato “il morto-vivo”.

Un altro giornalista: Enzo Catania

Infine Enzo Catania, un altro giornalista, nel 1990 ricostruì la storia. Con dovizia di particolari, il Catania racconta la storia della liberazione di Salvatore. Il giornalista parla anche di un ulteriore processo a Salvatore. Questi è condannato a quattro anni di carcere, per aver bastonato il fratello Paolo. Salvatore non venne incarcerato per mancanza di prove. Fillioley fa un amaro commento: «Ogni processo è una sofferenza morale. Dicono che questo è il tempio della giustizia, parola fascinosa, ma non vera. Luogo  dove si ride e si piange; qui verità e menzogne, frode e ingenuità si mescolano. Io ho sempre cercato di scoprire la verità».

Due palazzolesi coinvolti in un errore giudiziario ultima modifica: 2020-04-17T13:23:16+02:00 da Luisa Itria Santoro
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