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Svezia e Covid 19, le differenze con l’Italia

Svezia, lo stato scelto da Francesco Marabita

La Svezia è uno degli Stati che ha affrontato in maniera totalmente diversa dal resto del mondo l’emergenza legata al Covid 19. Niente eccessive restrizioni. Niente lockdown totale come da noi e nel resto dell’Europa. Qualcosa ha funzionato sicuramente. E’ un paese in cui la collaborazione e il rispetto delle regole sono alla base della vita di ognuno. Abbiamo allora pensato di intervistare un palazzolese che da anni vive a Stoccolma, Francesco Marabita. Con lui abbiamo parlato delle differenza tra la vita in Svezia e l’Italia ai tempi del Covid.

Stoccolma in Svezia
Un’immagine caratteristica di Stoccolma

La vita in Svezia: fanno discutere le misure adottate

“In Svezia – racconta Francesco – sono state date solo raccomandazioni e non ci sono misure restrittive imponenti. Le raccomandazioni includono: praticare buona igiene, mantenere le distanze ed evitare gli assembramenti, lavorare da casa se possibile. Tuttavia l’autoisolamento è stato raccomandato solo alle categorie a rischio. I ristoranti per esempio non hanno mai chiuso, solo c’è l’obbligo di mantenere le distanze tra i tavoli e rispettare il limite generale di 50 persone nei luoghi pubblici. Solo le scuole superiori e le università praticano la didattica a distanza, ma le altre scuole non hanno mai chiuso. Devo dire che queste misure possono funzionare in una società come quella svedese, ma non potrebbero funzionare per esempio nei paesi mediterranei, dove l’interazione sociale è cosi importante e insita nella vita di tutti i giorni.

Svezia - Lo Scilifelab Karolinska Instituted dove lavora Marabita
Francesco Marabita lavora allo SciLifelab Karolinska Instituted

Ad esempio il distanziamento sociale nella vita in Svezia

In Svezia infatti un certo livello di distanziamento sociale è insito nella cultura e il popolo svedese è abituato a regolarsi secondo delle raccomandazioni e non dei divieti. C’è da dire per esempio che prima di questa emergenza Covid-19 non aveva i poteri per imporre chiusure (lockdown) di intere aree geografiche. Perché lo stato di emergenza può regolarmente essere emanato solo dal parlamento e le leggi svedesi sulle malattie trasmissibili sono basate su misure volontarie e responsabilità individuale.

In Svezia Stoccolma la veduta del palazzo
Una veduta del palazzo reale di Stoccolma

Le leggi adottate

Per questo ci sono volute delle leggi speciali in vigore fino a giugno per far si che il governo possa prendere delle decisioni più velocemente e dunque avere maggiori poteri. Però altri paesi nordici come la Norvegia o la Finlandia hanno avuto approcci totalmente diversi e molto più simili all’Italia. E questo si è tradotto in tassi di mortalità minore (https://www.svt.se/datajournalistik/the-spread-of-the-coronavirus/ – Sweden: 262 deaths per million population, Norway and Finland 40).

L’opinione della popolazione svedese

Sembra però un prezzo che la società svedese non ha paura di pagare. Sebbene molti scienziati hanno criticato questa scelta e anch’io mi sono unito alle critiche, devo dire che il popolo svedese è in maggioranza d’accordo con l’approccio dettato dall’agenzia di salute pubblica. L’agenzia non ha mai ammesso che la strategia ufficiale è quella di far sviluppare una immunità di gregge, ma di appiattire la curva del contagio e non sovraccaricare il sistema sanitario, come per tutti gli altri stati. Di fatto però l’epidemiologo di stato Tegnell ha recentemente menzionato l’immunità di gregge in una intervista.

In Svezia lo Scilifelab Karolinska Instituted
Un’altra immagine dello Scilifelab Karolinska Instituted

Il problema però persiste perché non ci sono purtroppo prove definitive che una esposizione al virus si trasformi in una immunità duratura e definitiva in tutte le persone. E’ possibile cioè aver contratto il virus ma non aver sviluppato i cosiddetti anticorpi “neutralizzanti”.

La ricerca

La comunità scientifica è come noto cauta e ha bisogno di accumulare evidenze oggettive prima di trarre delle conclusioni. Da quello che si sa sugli altri coronavirus umani (per esempio quello del raffreddore comune), l’immunità purtroppo è limitata nel tempo, per cui ci sono possibilità che anche un vaccino dia una immunità temporanea di mesi. E’ tuttavia possibile sia che l’immunità al SARS-CoV-2 sia duratura e che anche i vaccini in sperimentazione diano protezione per lungo tempo. Semplicemente non lo sappiamo ancora, e in luce di questi dati l’approccio politico di molti stati, al di là delle conoscenze scientifiche, è stato precauzionale e protettivo. In Svezia si è scelto di proteggere le categorie a rischio, ma sembra che non sia stata sufficiente a proteggere gli abitanti delle case di riposo, dove molti dei decessi si sono verificati”. 

Come state vivendo questa fase?

“Abbiamo deciso di lavorare da casa – afferma -, in quanto il nostro lavoro è compatibile con la modalità remota. Anche l’università dove lavoriamo io e mia moglie consigliava quanto più possibile di lavorare da casa, ma non c’è mai stato un divieto vero e proprio di andare in ufficio. Per scelta abbiamo preferito tenere le bambine con noi, perché non vanno ancora alla scuola dell’obbligo. Non ci sono evidenze scientifiche che suggeriscano che i bambini siano particolarmente a rischio, tuttavia ci sembrava un controsenso che noi limitassimo i nostri contatti lavorando da casa e poi mandassimo le bambine a scuola. Per questo le abbiamo tenute con noi, con le aggiunte difficoltà di lavorare e accudirle allo stesso tempo”. 

Quali differenze culturali noti tra l’Italia e la Svezia?

“Le differenze culturali sono molte, soprattutto con il sud Italia. Ma del resto in Italia siamo abituati alle differenze culturali. Prima di trasferirmi in Svezia ho vissuto per 10 anni in città del centro-nord e, se già da studente ho cominciato ad apprezzare la varietà di sfaccettature umane tra le diverse aree della penisola, ho imparato a conoscere ed apprezzare le caratteristiche culturali svedesi con il tempo. Secondo me sono due le caratteristiche che contraddistinguono la società svedese. Da un lato un grandissimo senso civico, attenzione al bene comune e fiducia negli altri, e dall’altro un individualismo moderno ben raccontato dal documentario “The Swedish Theory of love”.  

Svazia - Lo Scilifelab Karolinska Instituted
Il lavoro allo Scilifelab Karolinska Instituted

Sembrano due concetti antitetici e incompatibili, ma in realtà convivono benissimo in questa cultura, e tutti gli italiani in Svezia potrebbero raccontarti aneddoti in merito. Per esempio di quella volta in cui hai visto un ciclista fermarsi per raccogliere una carta sul marciapiede che certo non aveva gettato lui. Ma anche quella volta in cui nessuno nell’autobus offriva un posto a sedere alla donna visibilmente in avanzata gravidanza. Ecco, vorrei prendere questo esempio per spiegarti il concetto dell’individualismo e dell’indipendenza. Qui in Svezia i bambini vengono educati già da piccoli ad essere indipendenti ed autonomi.

Il Coronavirus al microscopio
Il Coronavirus visto al microscopio dai ricercatori

Maggiore autonomia

Questa autonomia trasferita nell’età adulta si trasforma in una sorta di autosufficienza e autodeterminazione. Che agli occhi di un Italiano può sembrare eccessiva o assomigliare ad un auto-isolamento sociale. In sostanza, ogni persona qui è abituata a non essere dipendente dagli altri. A non aspettarsi che la società o la famiglia venga naturalmente in supporto. In questa ottica, ecco che l’anziano signore o la donna incinta chiederanno di sedersi solo se hanno bisogno. E si aspetteranno di ricevere un sorriso o una risposta gentile.

D’altro canto la gente seduta nell’autobus sa che se qualcuno ha bisogno chiederà e non si preoccupa di cercare il contatto sociale. Con il rischio di ottenere la risposta: “Mi credi così vecchio da non reggermi in piedi?”. Ecco, questo in sostanza è il modello di società in cui vivo. Un italiano trasferito in Svezia troverà tanta gentilezza e sorrisi. Ma come ho spiegato questi sorrisi sono dettati più dal senso civico che da una necessità di interconnessione. Perché siamo abituati ad una società fatta di imprescindibili relazioni sociali.  

Francesco Marabita vive in Svezia
Francesco Marabita è di Palazzolo ma vive da anni a Stoccolma

Racconta un po’ di te: cosa fai in Svezia e perché sei andato via dall’Italia

“Vivo in Svezia dal 2012 – spiega -. Sono un ricercatore e adesso mi occupo di Bioinformatica e Medicina di Precisione. In breve, nella medicina del futuro si tenderà sempre di più a “personalizzare” trattamenti e a prevenire la malattia piuttosto che a curarla. Per fare questo è necessario un approccio multi-disciplinare alla conoscenza biomedica, e sono necessarie quantità massive di dati da analizzare. Le competenze bioinformatiche servono proprio a trovare correlazioni e a filtrare gli elementi importanti da quelli non informativi. Nella mole di dati prodotte dai moderni laboratori. Dopo il dottorato in Medicina Molecolare e Traslazionale, mi sono trasferito in Svezia. Per fare un periodo all’estero come è normale nella carriera di un ricercatore.

Via dall’Italia per arricchire le proprie esperienze

Poi però quello che doveva essere un biennio si è trasformato in un periodo più lungo. La mia compagna ha trovato un lavoro qui e mi ha raggiunto, ci siamo sposati e abbiamo avuto due bambine. Non siamo andati via dall’Italia per mancanza di lavoro o per disperazione, solo per arricchire le nostre esperienze. Solo che adesso nella nostra situazione familiare, ci troviamo benissimo nel sistema di sicurezza sociale svedese. E quando pensiamo se tornare in Italia, sicuramente il bilancio è in favore della Svezia. Certo, in un periodo come questo sentiamo un po’ di più la separazione. Perché non possiamo prevedere quando riusciremo a incontrare i nostri cari. O quando i nonni potranno riabbracciare e giocare con le loro nipotine”.

Quale messaggio vuoi mandare, in questo periodo così difficile, a chi ti conosce, alla tua famiglia e ai tuoi amici in Sicilia?

“Penso in questo momento alla cosiddetta “fase 2” e a come la gente possa recepire le raccomandazioni – sottolinea -. Comprendo appieno la volontà di uscire dalla crisi e ricongiungersi con i propri amici e affetti. Non bisogna dimenticare però che il rischio individuale non è affatto diminuito. Se per esempio a livello di popolazione il virus è meno diffuso, i nonni molto anziani che si ammalano avranno la stessa probabilità di non sopravvivere esattamente come prima. Perciò vorrei sensibilizzare tutti a continuare ad essere attenti e a proteggere i più deboli anche in questa fase in cui si allentano le restrizioni”.

Svezia e Covid 19, le differenze con l’Italia ultima modifica: 2020-05-06T09:00:00+02:00 da Federica Puglisi
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